Hosting gratuito e dominio gratis offerti da HostingGratis.it
      

 

 

 

La biblioteca d'oro

gli autori di oggi, gli artisti di domani

    Home page

 Sei un autore emergente e vuoi promuovere il tuo libro?

Vuoi richiedere una recensione ai nostri esperti collaboratori?

Vuoi una revisione e una valutazione editoriale per il tuo manoscritto inedito?

Vuoi promuovere il tuo libro nella nostra vetrina?

Vuoi metterti in gioco e partecipare ai nostri concorsi letterari?

 

La Biblioteca d'Oro

è il sito per gli autori di oggi

che saranno ricordati come artisti domani...

 

    Chi siamo

    Il mio libro

    Concorsi letterari

    Le nostre opere

    Libri in vetrina

    I nostri servizi

    Collabora con noi

    Siti amici

    I nostri poeti

    I nostri narratori

       

 

                           

 

I RACCONTI DI VITTORIO SARTARELLI

                                                        Lo zio d’America


Nei primi mesi del 1947 una novità mise in fermento la mia famiglia : uno zio dall’America stava arrivando!

Si trattava di un fratello di mia madre che, trenta anni prima, era emigrato all’estero per cercare fortuna come, del resto, avevano fatto molti altri suoi connazionali di quell’epoca.

La seconda guerra mondiale era finita da poco, durante le operazioni belliche non era stato possibile comunicare. Mancando, quindi, di notizie per una sorta di rimorso indiretto, per il fatto che l’America, con la Guerra aveva portato in Italia lutti e distruzioni, questo zio, credendo di trovare i suoi parenti disastrati e in miseria, aveva portato con sé un baule pieno d’ogni ben di Dio.

La mia famiglia non era di condizione agiata, mio padre era un valente artigiano della meccanica e, tutto sommato, dalla guerra era stato sfiorato appena. In Sicilia, infatti, dove risiedeva la sua famiglia, a parte i bombardamenti che avevano creato solo delle lesioni alla casa di proprietà, per il resto, egli non aveva subito altri danni e il suo lavoro gli consentiva di vivere una vita dignitosa, per se e per la sua famiglia.

La nave sulla quale viaggiava mio zio sarebbe approdata nel porto di Palermo, mio padre ed io ci preparammo quindi a riceverlo con tutti gli onori, recandoci nella capitale siciliana con una macchina, alla guida della quale c’era mio padre e con la quale l’avremmo condotto a casa nostra.

Al suo arrivo, sulle banchine del porto c’era una folla immensa, molti erano, infatti, gli italiani emigrati in America che, con quella nave, facevano ritorno in patria per riabbracciare i loro parenti.

C’era in giro un clima di festa e di euforia generale, anche una banda musicale si occupava di dare il benvenuto della città e quindi dell’Italia, a questi nostri fratelli emigrati che, anche se per poco tempo, ritornavano in patria.

La mia meraviglia di bambino era enorme, anzitutto per quella nave grandissima, non avevo mai visto prima un transatlantico, così imponente e maestoso, brulicante di persone che scendevano a terra e di merci di ogni tipo che venivano scaricate a terra dalle gru. Ma, la mia meraviglia ed una grande curiosità, accompagnata da un’euforia generale che contagiava tutti i presenti, si materializzò, impadronendosi di me quando, dalla nave una delle gru depositò a terra un grande baule vicino a noi, era di mio zio e mio padre, nella circostanza, anche aiutato, ebbe il suo bel da fare per riuscire a farlo entrare nella macchina.

Arrivati a casa, la festa, la commozione e la contentezza di mia madre nel rivedere un fratello, dopo tanti anni, erano emozioni e manifestazioni scontate, ma per me, che avevo appena compiuto dieci anni e per i miei tre fratelli tutti molto più piccoli, la vera festa fu lo scoprire cosa conteneva quell’enorme baule che veniva dall’America.

Ebbene, dentro c’era un po’ di tutto, generi alimentari con scatolame variegato, perfino la pasta, poi numerosi capi di vestiario e diverse coperte, un gran numero di penne a sfera (allora chiamate biro), una vera novità per tutti noi poiché era la prima volta che le vedevamo. Ma, la più gradita sorpresa per Marco e i suoi fratelli fu il vedere, un numero imprecisato di pacchetti multicolori, equamente distribuiti, fra gomme da masticare, (anche queste una novità) caramelle e poi, ben dieci chili di cioccolata.

Inoltre, a me che ero il più grande dei suoi nipoti, lo zio portò in regalo un giaccone pesante di lana canadese, eravamo in inverno e quel capo di vestiario, così insolito perché, a quell’epoca, non esistevano in Italia giacconi di quella foggia, ma così bello nei colori, mi fece molto comodo quando, la mattina con il gelo, dovevo andare a Scuola ed era una goduria constatare il tepore che emanava al suo interno.

Mentre i miei fratellini indirizzarono subito il loro interesse per le caramelle e le gomme da masticare, io fui attratto, irresistibilmente, dalla cioccolata. Confezionata in modo sontuoso ed invitante in grossi quadrettoni, costituiva uno spettacolo; quella inaspettata leccornia oltre ad essere bella da guardare emanava un odore buonissimo composto di aromi e spezie inebrianti, sarebbe stata sicuramente una sensazione magnifica per il palato, poterla assaporare.

Sarebbe stato impossibile impedire che io l’assaggiassi, lo zio allora, resosi conto che il nipote era quasi irretito e ipnotizzato dal cioccolato, ne prese una barra, l’aprì ne spezzò alcuni scacchi e me li offrì .

Quasi incredulo, li presi e cominciai ad assaporare quella meraviglia! La guerra era veramente finita sì, in Sicilia si cominciava a stare molto meglio, ma con tutta la buona volontà e la sua maestria non c’era in città, un maestro cioccalatiere che avrebbe saputo confezionare un dolce così buono. Né si trovava, nei migliori negozi di dolci di allora, la cioccolata già confezionata dalle fabbriche italiane, almeno in Sicilia.

Mia madre, durante l’euforia ed il trambusto dell’arrivo, aveva notato lo sguardo assorto e desideroso di suo figlio che fissava la cioccolata ed aveva colto il senso di quel gesto di suo fratello,

Quella sera, mentre tutti erano a cena attorno all’ospite gradito, mi madre che dalla mia espressione estasiata nel gustare la cioccolata portata da suo fratello, aveva compreso che quella leccornia era una cosa da fare assaggiare a tutta la famiglia disse, non senza un’occhiata riconoscente per lo zio che, ogni tanto, a tavola tutti avrebbero assaggiato un pezzetto di quella cioccolata.

Quell’espressione tradiva, inconsapevolmente, l’educazione e la tradizione familiare di un tempo, ormai lontano, di economia, risparmi e, a volte privazioni, era il tempo della guerra e si doveva risparmiare sempre e tutto, secondo lei, quei dieci chili di cioccolata sarebbero dovuti durare qualche anno ma, quello fu solo un suo pio desiderio!

Lo zio rimase con noi quasi due mesi, egli durante quel periodo si era reso conto che i suoi parenti, in fondo, non erano così mal ridotti dalla guerra, come lui aveva temuto e immaginato, la sua “missione” benemerita di sostegno e di aiuto, dunque, poteva considerarsi conclusa era tempo, quindi, di fare ritorno alla sua famiglia che lo attendeva. Quel viaggio lo aveva riportato nella sua terra natia e gli aveva fatto riabbracciare i suoi cari dopo trenta anni, egli si sentiva gratificato, i legami con la terra nella quale affondano le nostre radici sono sempre forti e irrinunciabili. Era contento, anche se non lo dimostrava, tuttavia, si sentiva come un pesce fuor d’acqua, l’ambiente che aveva ritrovato era molto diverso dal suo attuale, ormai egli apparteneva ad un altro mondo, molto lontano, anche metaforicamente, da quello che aveva lasciato molti anni prima, egli voleva ritornare a casa in America, dai suoi figli.

Di lui, mi è rimasto sempre un ricordo affettuoso, anche se un po’ distaccato, era in fondo una persona già anziana, piuttosto taciturna e con un’aria malinconica, con quel suo giubbotto di pelle nera che non abbandonava mai. Ricordo ancora il profumo caratteristico e dolce delle sue sigarette, che fumava solo a metà e, soprattutto, non dimenticherò mai quel cioccolato del quale, nei due mesi della sua permanenza io, avevo fatto man bassa all’insaputa di mia madre.

L’oggetto del desiderio era stato da lei riposto con cura quasi religiosa, come se fosse stata una reliquia, nella madia che c’era in cucina. Io, periodicamente e furtivamente, spesso di notte, sottraevo un po’ di cioccolata, prelevandola dalla parte posteriore del mucchio che costituiva la riserva, per questo non era facile accorgersi, guardando frontalmente, che mancasse qualcosa.

Per me alla fine, questa figura di parente, comparsa all’improvviso e che dovevo, necessariamente, collocare nella cerchia dei familiari, allora, colpì molto la mia immaginazione. Non riuscivo a comprendere, tuttavia, come mai uno zio che, per trenta anni era rimasto lontano dal suo Paese e dall’affetto dei suoi cari, una volta ritornato fra loro, non riuscisse a manifestare almeno esteriormente una maggiore affettuosità. Ma, spesso “l’apparenza inganna”, quell’uomo che a me era sembrato freddo, inespressivo, quasi un estraneo, in effetti aveva un cuore buono e aveva da sempre amato quei suoi parenti, anche quelli, come i suoi nipoti, che non aveva mai conosciuto e, incapace di manifestare il suo affetto con evidente esteriorità, aveva ricoperto quei suoi nipoti di ogni cosa “materiale” che potesse mancare loro.

Allora, ero ancora un bambino e non potevo capire, divenuto adulto mi resi conto che quell’uomo taciturno e malinconico che a me era sembrato un estraneo, era una persona che sicuramente aveva sofferto molto. L’essere vissuto per lunghi anni in un paese straniero cercando di ricavarsi uno spazio vitale, non doveva essere stato facile. Tutto questo lo aveva sicuramente segnato profondamente, lo aveva reso più duro e cinico nei confronti di tutti, in definitiva, l’aspetto che lui mostrava era una sorta di guscio duro e protettivo che ormai faceva parte della sua personalità e, a mala pena, lasciava trapelare i suoi sentimenti e le sue emozioni.

Quando lo zio partì noi tutti, salutandolo, eravamo certi che probabilmente non l’avremmo più rivisto, ormai lui faceva parte di un’altra famiglia che lo attendeva oltre oceano, non si poteva pretendere che fosse rimasto ancora con noi, in un contesto che ormai non gli apparteneva più.

Ancora oggi, che ho settanta anni ricordo quello zio che allora mi sembrò così strano e quasi distante, e lo vorrei abbracciare un’altra volta per manifestargli il mio affetto e soprattutto la gratitudine, per la felicità che mi aveva regalato con quel cioccolato del quale non avevo saputo fare a meno, tanto che di esso, alla sua partenza, era rimasta solo una piccola parte.

Oggi, non mangio più la cioccolata perché, purtroppo sono diventato diabetico, però niente e nessuno mi può impedire di ritornare con la mente a quel tempo magico della mia infanzia ricordando, come se fosse ora, il gusto, l’aroma e la soave bontà di quel cioccolato che solo chi apprezza questo prodotto può capire, anche se non ne può valutare l’intensità. Mangiare la cioccolata, è un piacere che gratifica il palato e, quindi, il corpo ma anche lo spirito, perché dà un senso di appagamento e di serenità che predispone al buon umore ed alla positività la persona che ne beneficia, taluni sono convinti, perfino, che il cioccolato possieda anche dei poteri terapeutici ma, questo è un altro discorso che forse ci porterebbe lontano è meglio, allora, rimandarlo ad un’altra volta.