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RACCONTI DI ROBERTO GALLACCIO

                                UN GIORNO TUTTO DA SOLO IN RIVA AL LAGO


Un giorno tutto da solo in riva al lago. Niente chiasso, niente figli che ti urlano nelle orecchie, niente moglie che ti scassa gli zebedei ora per una cosa, ora per un’altra, tanta pace intorno, un asciugamano, un po’ di crema, una bella canna da pesca con la lenza già in acqua, e che voglio di più?

Non mi pare vero. Io qui, da solo. Per fortuna sono riuscito a liberarmi, anche se stasera ricomincerà la solfa: Dove sei stato, con chi sei stato, un’altra donna, vero’

Almeno hai mangiato? Ma certo che l’hai fatto, alla facciaccia mia che sgobbo tutto il giorno per casa, che do retta a queste pesti, che faccio la spesa, che cucino e blablabla, blablabla.

Le mogli, meglio ammazzarle da piccole, non si sa mai. Sono solo cambiali da sbrigarsi a pagare, altrimenti i debiti aumentano a rotta di collo. Debiti nel senso di trovarti in una gabbia da dove uscire con le ossa rotte. Brrr. Se penso che l’ho fatto e ancora ce l’ho addosso mi viene la pelle d’oca. E i figli? Tanti piccoli mostriciattoli che urlano, chiedono, piagnucolano, si fanno i dispetti e poi vengono da te cercando di convincerti a punire l’altro, sghignazzando se gli dai retta, rosicando se poi li punisci entrambi mettendoti il muso senza più guardarti e rivolgerti la parola.

Figli. A volte penso che se nel mondo non ci fossero più persone che fanno figli, ci sarebbe più silenzio e tranquillità. Niente moccioletti da asciugare, niente bacini sulla bua quando si fanno male, niente fare il pagliaccio quando sono tristi ecc.ecc.

Sai che pace, che tranquillità. Niente più rumore, niente chiasso, niente di niente.

Come questa pace che mi sto godendo ora, qui, sdraiato. Persino i pesci hanno capito il mio disagio e non rompono le palle ad abboccare alla lenza. Oddio, è vero che il verme ha almeno 4 giorni, e quindi fa schifo pure a loro, però credo che mi abbiano capito davvero.

E questo sole, poi? Mi scalda l’anima, mi sta abbronzando lentamente come una porchetta sulla graticola, però mi piace. Penso che pur di stare in silenzio e in pace per i cavoli miei, sarei pronto a sopportare qualsiasi tortura.

E poi, quando mi si è avvicinata 10 minuti fa quella sventolona russa, che mi ha guardato negli occhi con quelle sfere perfette azzurre come il cielo nel centro, quelle belle labbrone carnose, quei denti perfetti, quelle mani calde e sottili che mi hanno sfiorato e la loro voce deliziosa che mi diceva: Vuole qualcosa da bere? e’ stato l’unica voce che ho sentito ma non mi fregava niente.

A volte mi chiedo perché non ho trovato una moglie così. Alta, bionda, bella come una stella, invece di una bassa, mora e tonda come una mortadella.

Anche in questo sono stato iellato. Va beh, dice, perché te la sei sposata.

E che ne so, io, chiedetelo a lei. Io quel giorno non c’ero, almeno mentalmente. Mi ricordo la faccia di mio suocero che se poteva darmi una mazzettata sulle gengive, l’avrebbe fatto no volentieri, de ppiù! Mia suocera che non mi ha mai potuto vedere che quando ha saputo del matrimonio ha tentato il suicidio col gas, solo che la bombola era finita, anche in questo sono stato sfigato. Zompava in alto la palazzina e tutti dal Padreterno. Niente, sfiga anche in questo. Per non parlare dei fratelli, l’equivalente di Gaspare e Zuzzurro. Uno alto, con una pettinatura a nido di Cuculo senza la prima sillaba Cu davanti, l’altro basso e mezzo strano, anzi no, tutto strano, co le bretelle tipo SuperMario, un misto, insomma. E la sorella che nessuno se carica perché c’ha i piedi così storti, che se non stai attento a camminargli mezzo metro lontano, pista li tua. Il prete che mi guardava strano, Gesù sulla croce che sembrava dì: Mo scenno e te pisto, ma che stai a fa? Vedrai che t’aritrovi come gnente ar posto mio, coglione!!

Finita la cerimonia, mi madre m’ha tirato i rigatoni al posto del riso, perché diceva sempre: Mangia che devi crescere alto e forte. Non aveva capito che a 35 anni suonati non si cresce più se non de pansa. Mi padre, invece, sorrideva ma non perché era contento, no. Il suo era un ghigno, come a dì: Ecco, mò tocca a te provà quello che me sta a fa passà tu madre da 40 anni, ‘Cisua!!

Dopo le foto de rito, meno male che allo sposo gliene fanno poche, tanto i fotografi sanno che il marito non conta un cazzo, il pranzo.

Già all’arrivo non che hanno strillato: Viva li sposi!! No, c’hanno strillato incazzati come le iene de Quark : Ve volete sbrigà, limortaccivostri ( tutto attaccato per nun perde il senso ) che c’avemo na fame che er coco s’è pensato che se volessimo magnà a lui e sta de là in cucina a tremà come na foja?

Poi rivorti a l’artri parenti: Er primo che grida viva li sposi prima che stamo a tavola lo tritamo e ce famo er ragù!! Così siamo andati a tavola zitti zitti, meglio non contraddirli.

Il più grosso della compagnia si rivolse al Maitrè gridandogli : A Cammeriè, portace antipasto e primo tutt’assieme che nun c’avemo tempo da perde!! Il che sembrava avere due significati: Il primo: Movemose a levasse dalle palle sto matrimonio perché domani me devo arzà presto pe annà ar mare, e mi moglie già me sta a rompe. Il secondo: C’avemo na fame che se nun te sbrighi a servicce e a spostatte dar tavolo rischi de fa parte della portata. Te se magnamo a bucatino.

Immaginatevi le facce dei camerieri, il terrore che hanno provato quel giorno, ritrovandosi in mezzo ad un branco di iene fameliche che in mezz’ora aveva già sbranato un antipasto misto di salumi e una di mare sforchettando vicino gli spaghetti alle vongole e l’impepata di cozze tutto assieme, al punto che un paio di camerieri dallo stomaco debole svennero e due vomitarono, arrosto di pesce e carne immischiato per far prima al punto che un pollo si ritrovò una spigola nel culo e le patate sotto l’ali come se le portasse a passeggio, non so quanti contorni, c’era insalata da tutte le parti, perfino per terra al punto che il pavimento sembrava diventato la valle degli orti, tra patate, piselli, insalata, pomodori, zucchine, insomma, na zozzeria tale,che la discarica di Malagrotta sembra l’Hotel Excelsior Villa dei Tarquini in confronto.

Ogni tanto qualcuno azzardava un Viva gli sposi, ma la bocca era talmente piena che sembrava dire: Fuffufufufu!! Nun se capiva niente, ma era talmente logico che tutti rispondevano in coro Fuffufufufu!!

Gli unici che si capivano erano i camerieri superstiti che non avendo la bocca piena si spiegavano meglio.

E poi arrivò il momento del dolce: UN INCUBO ALLA QUENTIN TARANTINO!!

Portarono una torta da 6 porzioni. Si, perché non si misero d’accordo tra consuoceri su chi doveva ordinarla e l’unica a disposizione del Ristorante, che allora si chiamava L’allegra compagnia, e che poi cambiò nome nel Rifugio dei disperati, era quella piccola torta da sei ed eravamo in 99. Dovevamo essere in 100 con l’autista della Rolls, ma viste le brutte sgommò via come una lepre e sparì in 6 secondi e 3 decimi all’orizzonte.

Ci diedero un coltello per il taglio di rito. Il fotografo si sentì minacciato: Fai la foto e vattene, che se solo tocchi na briciola de torta, vai a fa da candelina e te brucio!!

Il taglio che facemmo sembrava una crepa di un terremoto del 9°Richter.

Un cameriere azzardò volendo fare il gentile: La prima fetta agli sposi!

Si alzò un urlo disumano: Che cosa? (97voci) E’ corpa lo se stamo qua a rovinasse la giornata, e la torta nun se la magnano, pena la decapitazione.

Mia moglie, una volta fatta la cicatrice sulla torta, gettò via il coltello e si allontanò di corsa, perché ci fu l’assalto al tavolo. Ci fu una rissa pazzesca e dovette intervenire la Celere per portare un po’ di calma nel locale.

Salutando quatti quatti, siamo scappati uscendo dal retro del ristorante, con i genitori che ci sono venuti dietro per un rapido saluto prima della partenza per il viaggio di nozze.

I barattoli dietro l’auto, che tra parentesi, da cretino, mi ero scordato di staccare, fecero notare a tutti la nostra fuga, così che un’orda di animali ci corse dietro per almeno 500 metri gridando: Viva li sposi. Ma tirandoci dietro i pezzi di torta che gli erano rimasti appiccicati alle mani.

Fortunatamente l’inseguimento finì e decidemmo di partire per il viaggio di nozze direttamente, facendoci portare le valige in aeroporto dal vicino di casa a cui avevamo lasciato le chiavi in caso di emergenza.

Correttamente non ci chiese cosa fosse successo, anche se conosceva bene le due famiglie, additate come da manicomio.

Forse fu l’unico augurio di felicità sincero che ricevemmo, il che ci fece solo che bene.

Invece del film: 4 matrimoni ed un funerale, avevamo vissuto 1 matrimonio e quasi un funerale.



*



Fino al viaggio di nozze tutto bene, ci siamo anche divertiti, non dico di no.

Come fai a non divertirti quando non ci sono avvoltoi intorno a te che ti puntano assetati di sangue?

Quindici giorni da Dio, tra palme e pescecani, in pieno Oceano Pacifico.

Ho provato ad immaginare la nostra vita se avessimo deciso di rimanere là, cosa prospettata alla mia signora, che dopo due giorni era entusiasta della questione, anche se questa mi doveva suonare un po’ strana, visto che una sera era rientrata un’ora dopo di me, che mi ero sentito male con le coliche forse per via di un cocktail a base di cocco, papaya, mango, Rhum, succo d’arancia e ombrellino finale.

Vedevo mia moglie che mi guardava sorridendo, mentre lo bevevo, e allo stesso tempo sorrideva ai due baristi, che a pensarci bene avevano la faccia di due paraculi jamaicani.

Non vorrei che la signora, approfittando della mia uscita di scena, avesse assaggiato la ricetta locale, il bigbamboo.

Non volli indagare. Tornò a casa, va beh, al bungalow tutta stralunata, al punto che pensai le avessero propinato qualche cocktail anche a lei, solo a base di oppiacei.

Ma anche su quello non volli indagare, mi bastava vederla tranquilla. Anche perché con quelle coliche, di avere rapporti con lei non se ne parlava proprio.

E durarono circa 3 giorni, in cui lei al mattino mi rinfacciava di non darle soddisfazione, ma poi la sera, rincasando, mi si spiaccicava addosso lasciva.

Mah!! Per fortuna non ci scappò niente, dal viaggio di nozze.

Gli ultimi 5 giorni me li godetti tutti, facendomi dei bagni della Madonna, riposandomi sulla spiaggia come se fossi Robinson, mentre mia moglie sembrava la scema di Collegno alla quale manca un venerdì. Era euforica, stralunata, mai l’avevo vista così allegra, quasi pensando che fosse stato merito mio. Ma per non fare la fine di quello che alla fine di un rapporto chiede: Ti è piaciuto, magari sentendosi dire: Cosa? Ho preferito non chiedergli niente.

La partenza per casa fu drammatica. Ci vollero circa 30 minuti prima che finì di salutare tutti, dal cameriere ai piani al lavapiatti, all’addetto all’accoglienza del villaggio turistico, perfino al pescatore di molluschi di 80 anni, tutti in lacrime per la sua partenza.

- E’ strano, - disse il tassista che doveva riportarci all’aeroporto – di solito salutano tutti sorridendo a 36 denti, ora piangono tutti tranne la guardarobiera, la cameriera, la barista, insomma, le donne. Posso sapere cosa gli ha fatto? Spero che non li abbia picchiati – continuò l’uomo, poi mi diede una rapida occhiata da sopra a sotto e sospirò – E’ chiaro che non è così!! – quasi con disdegno.

Non sapevo se sentirmi offeso, ma tralasciai come al solito.

Lei pianse per tutto il viaggio sospirandomi e supplicandomi: Mi ci riporti il prossimo anno, vero? Dimmi di si, dimmi di si, dimmi di si! scuotendomi come un cuscino di piume. Io annuivo, ma chissà quando avrei riavuto i soldi per potermi permettere un’altra vacanza del genere. Più che altro mi chiedevo se si fossero calmate le acque, dopo quello che era successo al pranzo di matrimonio, ma la suocera mi assicurò che tutti non vedevano l’ora di riabbracciarci. E come nei cartoni animati, me li ero immaginati tutti all’uscita del Terminal coi bastoni in mano e le uova marce.

Ma l’accoglienza, fortunatamente, fu trionfale. Come cambia la gente. Ieri ti odia, oggi ti ama e ti accoglie a braccia aperte.

Almeno per i primi giorni fu tutto rose e fiori. Ma dopo poco torni ad essere il testa di cazzo che rovina le figlie, lo stronzo che non vale niente, il quacquaraqua della situazione. Ma dopo un po’ di mal di fegato, ci si fa l’abitudine.

Poi arrivano i figli, 1,2, al terzo vuoi morire, ma solo fino al momento di stringerlo tra le braccia, e lì ti fregano perché ti passa tutto. Questi frugoletti sono come le donne che sanno ammaliarti con malizia, tenerezza, e poi sei fregato a vita.

I loro primi vagiti che poi diventano lagne, capricci, rotture di coglioni alle quali rispondi, senza tralasciare qualche sculacciata ogni tanto, con sorrisi e carezze.

Il loro impuntarsi per qualcosa che tu non gli vuoi comprare, ma poi bacetti, papino qui, papone di là, e cedi come un merluzzo lesso. E il portafoglio piange con te.

Per non parlare dei capricci della ragazzina più grande, si, insomma, la madre. Credi che finisca con la nascita dei figli? Povero fesso. E il profumo buono dove lo metti?

Meglio non rispondere per non diventare scurrili. Il braccialetto, il collierino, l’anellino, il vestitino, creme per il viso che ti chiedi a che servono, visto che dopo tanti anni e tre figli ci vorrebbe una sacchetta di intonaco per ricostruirle la faccia e mettere un freno alle rughe, che quando mettono il cerone si aprono le crepe come quelle di un terremoto ( ricordate quella sulla torta di matrimonio? ), che lasciano intravvedere il colore della pelle, che inizia a pensare: Oddio, mò me se smonta!

Ma per il quieto vivere, mandi giù e la fai contenta. Anche a letto, dopo l’esperienza Jamaicana, era già cambiato tutto, all’improvviso sembravi un incapace, un senza niente, ma poi dopo si adattò e gli bastò anche quello, fino al rangiungimento della pace dei sensi. Oddio, a 40 anni come si fa, ma tante donne sono così. Allora ci scappa magari un’avventuretta, ma poi ti senti peggio di un ladro e lasci perdere, non fosse per lei, per i tuoi figli, per rispetto alla loro innocenza, e per la consapevolezza che per 10 minuti da stronzo, puoi giocarti tutta una vita.

E allora accetti un sesso da contratto. Che schifezza, ma meglio di un cazzotto sulle gengive.

Ti senti uno scemo, un fallito, un senza pace. Ma poi ti guardi allo specchio e ti chiedi: Ma in fin dei conti, cosa devo fare di più di quello che ho fatto fin’ora? Non gli manca niente, e questo è l’importante, se poi un giorno si potrà fare di più, ben venga, ma per ora va bene così.

Comunque tutto l’anno è così, e non vedi l’ora di scappare via, di rimanere solo, di goderti un po’ di sole. La tua famiglia è a casa, i bimbi hanno la varicella, la moglie non può venire con te, la vacanza l’avevi già pagata e qualcuno, in fin dei conti doveva pur farla, no?

‘Fanculo le remore, sono anni che non mi faccio una vacanza, che non mi godo un po’ di silenzio e pace.

*

Una settimana dopo



Rieccomi qua, oramai la porchetta è cotta, i pesci hanno capito che non me li filavo di pezza, il campanello, stufo di stare attaccato alla canna senza poter suonare, si è suicidato con un pezzo di alga attaccato alla sua gola, insomma, la fine della molla, la barista, si è già rotta i coglioni di venirmi a chiedere se voglio ancora da bere, dopo una settimana che mi vede sempre là, sempre allo stesso posto, perfino l’asciugamano è diventato da bianco a giallo per l’inedia, e mia moglie non chiama più da ormai 3 giorni. I miei figli ormai stanno un po’ meglio, le orecchie hanno smesso di fischiare, l’unico rumore che sentivo fin’ora e che mi teneva compagnia.

Ed io qui, ad ammettere che in fin dei conti, si, si sta bene da soli, ma a volte è più piacevole avere intorno una moglie rompicoglioni, tre figli che fanno i capricci, che litigano, che ti saltano addosso che stare giorni e giorni da soli.

Devo ammetterlo, l’uomo non è fatto per stare in solitudine, soprattutto quando hai superato il giro di boa e ti accorgi che la discesa è cominciata e non è né il tempo di ricominciare ne di finire, ma di portare avanti ciò che ormai è iniziato e consolidato.

Per fortuna domani si tornerà a casa, non avrei mai pensato di dirlo. Si ritornerà nel caos della città frenetica e malata, ai rimbrotti e borbottii della moglie, ai capricci dei figli, alle tante lagne, ai capricci, ma anche ai tanti sorrisi che riescono a darti e farti sentire che in fin dei conti ciò che hai costruito è stato duro da raggiungere, ma in fin dei conti sei stato bravo e non potresti chiedere di più alla vita che la felicità dei figli e perché no, anche di una rompicoglioni che però ti sopporta da una vita e che non ti lascia, o per istinto suicida o perché, in fin dei conti, le radici si sono unite e saldate fino alla fine del tempo che verrà, magari più lontano possibile.

Va beh, va!! Mò me faccio l’urtima dormita sotto ar sole, alla facciaccia di chi me vò male!!

S’arivedemo presto!!